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Ciclicità


I nostri figli

di Massimiliano Forgione - 10/01/2008

Intervista a Gianluca Calabrese

Per quale azienda lavori e dove?
Lavoro per la Apple Computers, presso il dipartimento commerciale Apple Store. Siamo quelli che rispondono al telefono quando un cliente vorrebbe comprare uno dei nostri computer pubblicizzati sul nostro sito web o regalare un iPod!
Qual è il tuo ruolo alla Apple Computer?
Il mio ruolo consiste nell’assistere agenti commerciali o direttamente i clienti italiani, inglesi o francesi che hanno un dubbio tecnico relativo all’acquisto del loro prodotto Apple, sia che si tratti di un accessorio per iPod che dell’ambito delle applicazioni creative professionali Apple come pure dell’ambito delle reti aziendali.
Da quanto tempo sei in Irlanda?
Sei anni lo scorso mese.
Perché sei andato via dall’Italia?, e da dove precisamente?
Sono andato via da Bari per una serie di motivazioni. Per non farla molto lunga diciamo che fra le motivazioni chiave c’erano una forte spinta a conoscere una realtà diversa da quella a cui ero abituato sin dalla nascita, una forte curiosità a conoscere quello che succedeva nel resto dell’Europa. Una influenza forte è scaturita indubbiamente dalla formazione universitaria ad indirizzo linguistico. Intraprendere un’esperienza all’estero è stata una scelta quasi istintiva.
Vorresti tornare in Italia?
Non sento l’urgenza del rientro in patria. Quello che mi affascina ancora dopo questi anni è la possibilità di essere a contatto con realtà europee . È un po’ come essere nel bel mezzo dell’Europa, con tutto il via vai di gente che porta con sé il proprio modo di vivere e la propria cultura. L’ultima ondata, in ordine temporale, viene dai paesi dell’est Europa. Ora in Irlanda è facile incontrare tantissimi Polacchi, ma anche Cechi, Estoni, Biellorussi e molti ancora sono in arrivo. Si stima che solo la popolazione polacca in tutta Irlanda sia pari alla popolazione di Limerick, 3° città irlandese in ordine di grandezza.
Trovo tutto ciò davvero entusiasmante dal punto di vista sia personale che sociale. Ora nuovi amici polacchi si sono aggiunti al mio cerchio di amicizie internazionali. Anche dal punto di vista sociale diventa più interessante perché incontrare gente in giro per la città rende più entusiasmanti le passeggiate. Tornando in Italia forse mi mancherebbe la multietnicità a cui ormai sono abituato.
Qualora dovessi tornare avresti le stesse possibilità professionali?
Dovendo rientrare in Italia cercherei di rimanere nella stessa azienda. Così facendo spererei di attutire l’urto inevitabile della differenza di stile lavorativo. Quantomeno avrei qualche opportunità di ritrovare lo stile di lavoro a cui mi sono abituato. Diversi colleghi rientrati in Italia dopo una permanenza più o meno lunga in Irlanda hanno dovuto trascorrere un periodo di adattamento a quella cultura italiana che avrebbe dovuto essere congenita ma che invece inevitabilmente diventa estranea e a volte incomprensibile dopo una lunga permanenza all’estero. A volte la difficoltà dell’emigrazione consiste, paradossalmente, proprio nel rientro in patria!
Che tipo di contratto hai?
A tempo indeterminato.
In Italia si parla di riforme del lavoro, come pensi debba cambiare per dare ai giovani le stesse opportunità che ci sono all’estero?
È una domanda complessa che richiede una risposta non facile. La realtà economico-sociale che si è strutturata nell’Irlanda urbana, limitatissima alle città principali - che sono tra l’altro molto molto poche! - favorisce la flessibilità lavorativa. Di certo con tutte le aziende americane che hanno attecchito qui, il modello americano ha preso più piede di quanto si realizzi. Ma quella irlandese è una situazione particolare, secondo me tipica di quelle nazioni europee in via di sviluppo che hanno goduto nelle sovvenzioni europee per emergere ed essere competitive. Questo le ha rese molto appetibili agli occhi di compagnie internazionali che ne hanno tratto vantaggio. Proprio recentemente ancora un’altra grande compagnia americana internazionale ha aperto una nuova sede a Cork, seconda cittá d’Irlanda. Qualcuno ha definito l’Irlanda come la sede europea della Silicon Valley. Questa è una chiara esagerazione, ma noto che qui ci sono i più grossi nomi aziendali a livello mondiale che non sono presenti nemmeno in Italia, o nel resto dell’Europa. Alla luce di questa analisi si potrebbe predire che le nazioni che per ultime si sono unite all’Unione Europea avranno un fortissimo potenziale di crescita che, se giocato correttamente, potrebbe rivelarsi fatale e che potrebbe cambiare i pesi in Europa per come li conosciamo ora. Partendo da questa considerazione, chiedersi cosa si potrebbe cambiare in Italia per renderla più competitiva con le altre nazioni sul mercato del lavoro diventa un po’ un paradosso. L’Italia gode di una situazione economico-sociale ben più strutturata ed avanzata di qualsiasi nazione recentemente aggregata all’Unione Europea, diciamolo pure, per interesse economico. Oggigiorno, di certo l’Italia non necessita di sovvenzionamenti europei per piani di ristrutturazione nazionale tanto quanto tali nazioni emergenti. Quindi, per l’Italia, il gioco è ben più diverso e soprattutto difficile. Ma ovviamente l’Italia ha una grande potenzialità, il gioco è solo ad un livello diverso. A tale livello la competizione con le grandi potenze europee impone competenze ed abilità nuove che devono essere alimentate da una forte ambizione a costruire una rete sociale migliore e fortificata dall’orgoglio della partecipazione di una dignità non più solo nazionalista ma europea.
Credi nel tuo Sud?
Credo che il sud Italia sia una terra fantastica carica di un fascino incantevole, tipicamente mediterraneo, posti fatati ideali per ambientazioni cinematografiche! La qualità di vita è decisamente alta. Quello che mi incanta meno è l’affezione a valori e punti di vista che non sembrano essere più in sincronia con il mondo circostante ormai da tanto. Quello che mi ha sempre stupito è la rassegnata accettazione da parte delle nuove generazioni a tali punti di vista. Trovo che la perpetuazione, attraverso generazioni, dei valori superficiali e prettamente commerciali della borghesia media barese sia allarmante! Si sono tramandati attraverso troppe generazioni. Trovo che tali valori siano ancora troppo saldamente arroccati a circostanze sociali passate e inadeguati alla vita attuale, ma validi in una società di altri tempi. Per un tradizionale piatto di pastasciutta fatta la domenica dalla mamma sacrificheremmo le nostre passioni. Come in un buon vecchio film di Alberto Sordi degli anni ’50 si finisce con il mettere a dormire il nostro potenziale individuale e sociale e con l’accettare pigramente quei valori borghesi in cancrena. Le catene dell’abitudine sono troppo piccole per essere notate fino a quando diventano troppo grandi per liberarsene. Abituarsi ad utilizzare il proprio potenziale al meglio è fondamentale per camminare allo stesso passo di altre nazioni europee. Nei miei saltuari rientri nella mia città mi ritrovo ancora ad osservare quei modi di fare che mi fanno capire che la sola parvenza in sé per sé, è ritenuto un valore importante. Non ho mai condiviso questa limitazione ma da noi sembra godere ancora di ottima salute! Condivido l’idea di concedersi delle gratificazioni come ricompensa per il proprio duro lavoro ma concentrare i propri sforzi per cercare di apparire per quello che non si è, è sintomatico di un malessere sociale profondo. In una città storicamente commerciale questo approccio trova giustificazione ma è, nello stesso tempo molto triste.
Quanti anni hai?
Sono nato 34 anni fa.
Cosa si devono aspettare i più giovani alle prese con la ricerca del lavoro? Quale consiglio daresti?
Non adottare formule costituite in un contesto professionale diverso da quello attuale. Potrebbero non rivelarsi vincenti come lo erano nel loro ambito naturale. A meno che non si è dotati di un talento fuori dall’ordinario, non ci sono jolly nella vita professionale che ci consentono di saltare tre caselle nel gioco del lavoro. Si cresce solo mettendosi in discussione e accettando la sfida dell’evoluzione professionale. Vedere la vita professionale come una curva progressiva di crescita, come un percorso costante di aggiornamento e di curioso apprendimento; esaltarsi all’idea di poter imparare una nuova attività anche al termine della vita lavorativa; lavorare per apprendere e non come una statica catarsi di rassegnazione; abituarsi all’idea di una realtà in costante metamorfosi; evolversi; crescere; accettare il nuovo che inevitabilmente verrà e decidere come meglio rapportarsi; coltivare i propri interessi, le proprio ambizioni, le proprie passioni anche se si lavora in un ufficio statale. Abituarsi all’idea di poter intraprendere una vita professionale diversa da quella che si è intrapresa inizialmente; validare più percorsi professionali nell’arco della propria vita, magari seguirne più di uno simultaneamente. Per metterla con le parole di Gordon E. Moore, co-fondatore di Intel: It is extremely unlikely that anyone coming out of school with a technical degree will go into one area and stay there. Today`s students have to look forward to the excitement of probably having three or four careers." Mi piace credere che questa visione possa essere applicata anche ad ambiti lavorativi non prettamente tecnici.























 

 

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