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Ciclicità


Alberto e Ernesto in viaggio

di Forgione Massimiliano - 10/01/2008

Sapete chi è Alberto Grenado? Il suo nome detto così può non evocare nulla, ma basta che lo si affianchi a quello di Ernesto Guevara ed allora vengono alla mente i coraggiosi viaggi raccontati ne "I diari della motocicletta".
Dopo averlo sentito parlare si ha migliore percezione di quanto stiamo irrimediabilmente perdendo nella scomparsa di tutta una generazione che ancora credeva e lottava per degli ideali e diverse generazioni che un ideale non sanno nemmeno cosa sia.
Lui era il giovane Don Giovanni che nel film, tratto dall’omonimo libro, viveva la vita con più leggerezza, con quella spensieratezza che fa da contraltare alla gestazione meditatrice del futuro Che; eppure, vederlo fiero nei suoi oltre ottantanni, lucido sul significato dei tempi vissuti in gioventù e di quelli attuali, la dice lunga sulla natura di una razza consapevole della necessità di dover continuamente lottare.
In questo primo di una serie di incontri organizzati in Lombardia dalla Associazione Amici di Cuba, Alberto risponde alle domande di un giornalista emozionato dell’Eco di Bergamo con la lungimiranza della coscienza che sa di dover dare dei messaggi forti alla sala gremita di giovani.
Dice che è stato il trascorrere del tempo a fare di Ernesto quello che il mito ricorda con l’unico appellativo di Che. Non due persone quindi, una prima e una dopo il viaggio, bensì una sola che nell’amore per la letteratura, lo sport e il viaggio ha trovato la sua espressione più sublime nell’impegno militante.
Quel viaggio, discusso per dieci anni prima di iniziarlo, consegnò alla loro amicizia la condivisione non solo di ciò che gli piaceva, ma anche di ciò che non gli piaceva.
La segregazione razziale, l’emarginazione, lo sfruttamento della donna. I due momenti che Alberto ritiene siano stati topici nella formazione di Ernesto rivoluzionario sono: l’incontro a Valparaiso con una donna anziana e malata che era stato chiamato a visitare, senza lavoro, senza nulla per vivere, abbandonata a se stessa dal Governo e l’assistere al reclutamento spietato dei lavoratori della miniera della compagnia americana Anaconda di poveri comunisti in fuga che rischiavano la morte sottoterra per un salario da fame.
La motocicletta che all’inizio rappresentò il “comodo”, irrinunciabile mezzo di trasporto, quando furono costretti a liberarsene a seguito di un incidente, il tramite del viaggio divenne la lentezza, la possibilità di vedere, interpretare, capire cose alle quali solo a piedi si riesce ad arrivare.
Alla fine di quell’esperienza Alberto andò a Caracas per fare il ricercatore, con l’intenzione di metter su famiglia e continuare a viaggiare; Ernesto, invece, aveva vedute più larghe e dopo aver dato gli ultimi esami per laurearsi in medicina, incominciò le sue avventure libertarie.
Solo il tempo, molti anni dopo, li farà rincontrare a Cuba per dare vita allo stesso sogno di una società più giusta.
Alberto dice che l’America latina non è cambiata molto dai viaggi fatti nel 1951 ad oggi. Dopo cinquecento anni di imperialismi non ci possono essere svolte immediate eppure, è possibile scorgere dei progressi, dei miglioramenti. Lo dice con forza, a volerci credere, a voler fare arrivare forte il messaggio, mentre si gira verso i giovani in platea, che per stare bene al mondo le cose brutte non bisogna solo vederle e indignarsi, ma anche lottare per cambiarle. Si può lottare in tanti modi e non è detto che l’uso delle armi sia sempre quello giusto; è il quotidiano che conta, le piccole buone e costanti azioni.
All’ultima domanda: se considera il Che un mito, Alberto risponde deciso che la vita ha dimostrato che Ernesto è stato un uomo, in carne ed ossa, con i suoi principi e idee e convinzioni da portare avanti a costo della morte. Se togliessimo la dimensione umana e lo innalzassimo a mito, toglieremmo l’idea di ciò che è realizzabile e per cui i giovani devono assolutamente lottare.
11/10/2005























 

 

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