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Ciclicità


L'inarrestabile

di Massimiliano Forgione - 10/01/2008

I nuovi gesti della politica

Prologo
E` difficile raccontare del Berlusconi politico! Il rischio è di essere sempre anacronistici. Si vuole riportare un fatto, una dichiarazione, un gesto (politico), ed ecco che lui è già andato oltre, con altri gesti!! Per questo, abbiamo deciso di parlare del Berlusconi uomo; perché quello, riteniamo, è un`entità meno sfuggente, un tentativo di essere che quotidianamente vuole affermare il principio di non dover mai fare i conti con il prossimo.
Seppure la sua storia personale appartiene a tempi non lontani, ebbene, questi, già non fanno più parte della nostra memoria e, assieme a quel gesto che ritrae perfettamente la sua caratura umana, rischia, nella dimenticanza collettiva, di caratterizzare in maniera assolutamente incontrovertibile il nostro futuro. Sarà che ormai la sola idea di avere un passato ci disturba, ma, noi di questa redazione, ci uniamo al coro di quanti ritengono un dovere storico diffondere questa ricostruzione. Due settimane fa ho partecipato ad un incontro informale con Marco Travaglio e, dalle sue parole supportate dagli atti giudiziari, questa è la storia che vi riproponiamo in più puntate, in modo che qualcosa possa rimanere nelle memorie di quanti hanno ancora voglia di indignarsi.

Prima parte
Dell`Utri è stato condannato in primo grado per mafia. In televisione non se ne può parlare, chi l`ha fatto è stato censurato e buttato fuori. Eppure, si tratta di verità inconfutabili, tutte provate, sulla base delle dichiarazioni dei pentiti. Chissà perché, oggi, la parola dei mafiosi contro lo Stato viene considerata nulla, mentre, ai tempi delle indagini di Falcone e Borsellino, era fondamentale. Evidentemente, quando la mafia parla del suo braccio armato tutto va bene mentre, quando parla dei suoi protettori, non va più bene.
Però, nel processo Dell`Utri non parlano i pentiti ma le testimonianze, tra cui quella di un imprenditore di Trapani che lo ha fatto condannare per estorsione assieme al mafioso Vincenzo Virga perché riconosciuti dalla Corte quali rispettivamente mandante ed esecutore, mente e braccio dello stesso disegno criminale.
Mafia e politica, fatti inquietanti che emergono dagli atti processuali, alcuni dei quali riconosciuti dagli stessi imputati e che, nel caso di Dell`Utri, gli sono valsi la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.
Questi processi appartengono alla stessa cordata in cui Giulio Andreotti fu riconosciuto colpevole dello stesso reato fino al 1980. Reato commesso ma prescritto.
Su questi strani parallelismi, Dell`Utri ha ammesso di aver incontrato una dozzina di mafiosi e spiega questa coincidenza con il fatto che è siciliano e quindi sfortunato in questo senso, perché un siciliano non può incontrare altro che mafiosi. Peccato che dagli atti risulta che questi mafiosi li incontrava per lo più a Milano e a Londra. Per i magistrati, Dell`Utri li incontrava perché lui stesso mafioso, negli interessi della Fininvest e del partito da lui in seguito ideato: Forza Italia.
I fatti contestati nel processo risalgono all`acquisizione della villa di Arcore da parte di Berlusconi. La proprietà fu acquistata al prezzo di 1/10 del suo reale valore, in quanto Anna Maria Casati Stampa, all`epoca della compravendita minorenne, ritrovatasi unica proprietaria dopo la morte della sua famiglia in una strage, si vide svendere il bene a Berlusconi dal suo tutore l`Avv. Cesare Previti, già socio dell`acquirente. Per cui, risulta che il Cavaliere abbia acquistato la sua tenuta a circa 700 milioni, che è solo il reale valore di alcuni beni tra quadri e argenteria. Dopo l`acquisto nasce l`esigenza di ristrutturare e Berlusconi chiama il suo amico Dell`Utri, vecchio compagno di università, sì, perché entrambi sono laureati in legge. Dell`Utri era un bancario e così, diventa di fatto il segretario tuttofare del Cavaliere. La tenuta necessita di uno stalliere e, anche se verrà più volte appurato che ad Arcore non ci sono mai stati cavalli, le difficoltà di riuscire a reperirne nella Brianza fanno concentrare le ricerche proprio a Palermo da dove arriva Vittorio Mangano. Questi, da buon tradizionalista mediterraneo porterà con sé ad Arcore le due figlie, la moglie e la suocera.
Mangano, ovviamente, non essendoci cavalli farà tutt`altro, ossia occuparsi della difesa del Cavaliere che in quel periodo è ossessionato dalla paura dei sequestri.
Siamo nel 1974 e `76. Mangano, a quanto pare diventa di casa, tanto da pranzare e cenare con Berlusconi, anche quando ci sono altri ospiti e, col tempo, si prenderà addirittura la libertà di invitare amici da Palermo che soggiornano per lunghi periodi nella villa.
Dagli atti del processo, effettivamente, emerge che sia Dell`Utri che Berlusconi, ammettono che a quei tempi vedevano tipi strani, che non conoscevano, aggirarsi per la tenuta ma, alla domanda dei magistrati: “Ma voi, non chiedevate chi fossero?”, la risposta di entrambi è: “Erano persone a cui era meglio non fare domande.”
Così, succedeva che ogni tanto sparivano quadri, argenteria varia, ma il proprietario e l`amico non avevano mai collegato gli eventi alla presenza di Mangano e dei suoi amici. Sennonché un giorno, Luigi D'angerio, il migliore amico di Berlusconi sparisce: sequestrato dalla sua stessa tenuta dopo aver cenato con il Cavaliere. A fine serata questi saluta e, prima di entrare nella propria auto subisce l`aggressione di Mangano e amici che lo obbligano a montare sulla loro di auto.
Fortunatamente, a causa della nebbia l`autista perde il controllo della guida, l`auto sbatte e D'angerio riesce a mettersi in salvo. Fa partire subito la denuncia e dalle indagini emerge immediatamente che a organizzare il sequestro era stato proprio Mangano, che solo cinque minuti prima sedeva allo stesso tavolo della sua vittima, che poi tenterà di sequestrare per chiederne il riscatto a Berlusconi. Anche la persona più ingenua si chiederebbe con quale persona abbia a che fare. Ma Berlusconi no!! Anche se Mangano durante la sua permanenza ad Arcore sarà arrestato più volte, uscito dal carcere potrà sempre contare sulla generosità del Cavaliere che continuerà ad accoglierlo e a dargli ospitalità. I magistrati sono convinti che Berlusconi in realtà non poteva liberarsi di Mangano, che questi non era affatto uno stalliere, ma qualcosa di più e di peggio, e Berlusconi, Dell`Utri, Previti e Confalonieri, lo sapevano benissimo.

Seconda parte
Fatti documentati, fatti che emergono dagli atti giudiziari, fatti che gli stessi uomini del Presidente, in parte, ammettono.
Mangano venne arrestato due volte mentre soggiornava ad Arcore e al suo rilascio ci ritornava: Berlusconi non poteva liberarsi di un mafioso!
Così, fu proprio Mangano che decise di andarsene. Ironicamente, ciò che questi contesta all`affermazione durante il processo Dell`Utri, secondo la quale fu cacciato, è che fu lui a lasciare Arcore perché si accorgeva che la stampa parlava di questa vicenda e così si rischiava di infangare il buon nome di Berlusconi. Per cui, ne viene fuori la scena in cui Dell`Utri, Confalonieri e lo stesso Presidente, dispiaciuti e offesi, lo invitano a restare fregandosene della stampa, mentre il cattivo resta fermamente sulla propria decisione.
Quindi, Mangano va a risiedere all`hotel Duca di York di Milano dal quale gestirà il traffico di droga e per il quale sarà arrestato agli inizi degli anni `80 da Giovanni Falcone e processato nel primo maxiprocesso e condannato a 11 anni.
Che sia stato Mangano ad aver detto il vero a proposito della sua dipartita da Arcore alla fine del `76 viene confermato dal fatto che gli uomini del Presidente continueranno ad avere contatti con lui.
Infatti, Dell`Utri un mese dopo su invito di Mangano, parteciperà a Milano alla festa di compleanno del boss catanese Antonio Calderone, al quale erano presenti anche i boss fratelli Grado. Alla domanda dei giudici sul come mai avesse partecipato al compleanno del boss ricercato, questi risponde:
“Perché Mangano m`aveva invitato e io che lo temevo non potevo dirgli di no”, tra l`altro, fa notare Dell`Utri, quella sera i commensali non gli furono presentati.
Quindi, Dell`Utri, partecipò ad una festa di compleanno di un ricercato senza conoscere nessuno! I giudici non gli crederanno e per questo lo condanneranno.
Nel 1979 la criminalpol mette una cimice nella stanza del Duca di York dove Mangano risiede, perché, per l`appunto, è indagato per traffico di droga. Tra le telefonate che fa, una è proprio a Dell`Utri e a nulla servirà la difesa di quest`ultimo che messo di fronte all`evidenza della prova si giustificherà dicendo, ancora, che rispondeva alle chiamate di Mangano perché impaurito; i toni della conversazione sono in seguenti:
Dell`Utri: “Pronto?”
Mangano: “Buonasera, il Dott. Dell`Utri?”
Dell`Utri: “Oh, caro Mister….”
Mangano: “Minchia, sempre occupato stu telefono!”
Dell`Utri: “Sì, non ho più un ufficio….., allora…..?”
E` chiaro che tra i due ci fosse confidenza! Erano i tempi in cui Dell`Utri si era dimesso da segretario di Berlusconi, perché questi, ritenendolo non capace, gli aveva negato una dirigenza nel gruppo Fininvest. Così, Dell`Utri va a lavorare per Rapisarda, siciliano dalla lunga penale che gli affida l`amministrazione della società di costruzioni Bresciano sas. Dell`Utri chiama il fratello gemello Alberto e insieme dopo meno di un anno fanno bancarotta fraudolenta; il fratello viene arrestato a Torino, Dell`Utri indagato a Milano e Rapisarda scappa in Venezuela dove trova riparo presso il clan Cutrera Caruana, i capi del traffico di droga nel mondo, sotto il falso nome di Alberto Dell`Utri.
Siamo al 14 Febbraio dell`80 quando Mangano telefona a Dell`Utri dal Duca di York. L`anno seguente sarà arrestato a Palermo per droga e condannato a 11 anni.
Intanto, c`è un`altra cena compromettente, sempre nel 1980, a Londra, si sposa un certo Girolamo Falci, siciliano, detto Jimmy: Jimmy Falci. Cosa farà mai un siciliano chiamato Jimmy a Londra? Fa il trafficante di droga tra Italia e Canada. Ebbene, si sposa nel miglior ristorante di Londra e Dell`Utri vi partecipa. Alla domanda dei giudici:
“Ma come mai ha partecipato alle nozze di Jimmy Falci?”, questi risponde che si trovava a Londra per una mostra sui vichinghi e che per caso incontrò Tanino Cinà, un palermitano condannato insieme a Dell`Utri per mafia e che come copertura ha una lavanderia a Palermo. Quindi, sarà questi a portare Dell`Utri alle nozze di Jimmy Falci dove lo sposo, dichiara Dell`Utri, non gli fu presentato.
Insomma, Dell`Utri ha la sfortuna di partecipare a feste e cerimonie di pericolosi sconosciuti, senza volerlo, casualmente.
Ad una trasmissione di Michele Santoro lui ammise di aver partecipato a quella cerimonia, ma che non si trattava di un tipico matrimonio mafioso, infatti, erano tutti in tight, lui compreso. E` chiaro, insomma, che chi va a Londra per una mostra sui vichinghi porta con sé il tight.
Dell`Utri rientra alla Fininvest nei primi anni `80 e lo fa dalla porta principale, ossia, diventando Presidente e Amministratore di Publitalia. Così, da essere a ragione considerato un dirigente incapace da Berlusconi, ricordiamo la bancarotta della Bresciano sas, questi lo riprende e lo promuove numero due della Fininvest alla pari di Confalonieri e subito dopo di sé.
Fu allora che la mafia si rifece viva, con il suo linguaggio, quello della violenza e nell`Ottobre del 1986 scoppia una bomba alla cancellata della casa milanese sede di prestigio, a tutt`oggi, della Fininvest. Berlusconi riceve la visita dei carabinieri che gli chiedono se abbia dei sospetti; questi risponde che sa che Mangano è uscito dal carcere e pensa che sia stato lui.

Terza parte
Come faccia a dire che è stato Mangano, da cosa il nostro futuro Presidente del Consiglio evince la responsabilità del mafioso? Dal botto forse?
Da una registrazione telefonica del 1986 esaminata come prova durante il processo al Senatore Dell’Utri, Berlusconi racconta della vicenda al suo socio:
- Marcello –
- Eccomi –
- Allora, è stato Vittorio Mangano –
- Ueh, che succede? –
- E’ lui che ha messo la bomba –
- Non mi dire –
- Sì –
- E come si sa? –
- E, da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all’intelligenza –
- Ah! –
- Mangano è fuori –
- Ah, è fuori? –
- Sì, è fuori –
- Ah, non lo sapevo neanche –
Come a dire: “Ma guarda un po’, esce di prigione e neanche una telefonata fa, non è proprio carino.”
Berlusconi continua descrivendo la scena della bomba e dice che per come l’ha vista fatta con un chilo di polvere nera è una cosa rozzissima ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto. Quindi, lui si schiera dalla parte di colui che ha messo la bomba, lo difende:
-Solo sulla cancellata esterna. Ecco, secondo me è come una richiesta; un altro manderebbe una lettera, farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba –
- E il perché non si spiega proprio – chiede Dell’Utri.
- Io, purtroppo, stasera sono stato interrogato dai carabinieri sul fatto di Vittorio Mangano, cioè li ho dovuti avvisare, ho dovuto dire: sì, è vero, era là, cioè ce l’avevamo ad Arcore, l’avevamo scambiato anche per stalliere per due anni, gli ho raccontato la storia ma loro la sapevano benissimo –
- E si capisce –
- Loro c’erano arrivati prima di me –
- Sì, sì, lo sanno benissimo –
- Ecco, io penso che sia lui, perché scusami tu spiegami perché uno deve mettere una bomba, poi una bomba proprio rudimentale, con della polvere nera, per dire proprio faccio un botto -
- Ecco, sì, faccio un botto – continua Dell’Utri.
- Sì, ma fatto con molto rispetto perché mi ha incrinato solo la parte inferiore della cancellata, una cosa da poco, un danno da sole duecento mila lire –
A questo punto si sganasciano dalle risate perché si rendono conto che ne stanno dicendo di troppo grosse, Berlusconi dice:
- E’ la stessa di via Rovani, come allora –
E allude a un’altra bomba, un episodio avvenuto nel 1975 e continua:
- E’ un’estorsione come undici anni fa –
Quindi sanno che mentre Mangano soggiornava ad Arcore metteva bombe, non l’hanno mai denunciata questa cosa, gli inquirenti la apprendono perché se la dicono al telefono e ricordano anche che Mangano poi mandò una lettera con una croce nera sopra, lo dice Confalonieri a Dell’Utri:
- Come quella lettera con la croce nera dell’altra volta, ti ricordi? – Insomma, i tre rievocano i bei tempi andati e poi Confalonieri commenta che Mangano non è uomo di fantasia, mette sempre le stesse bombe e Dell’Utri dice:
- Sì, esatto, è uno che si ripete –
Confalonieri continua:
- Ha incominciato a dieci anni a fare così e ora ne ha quarantasei – Quindi, loro sanno tutto di Mangano, sin da quando andava alle scuole elementari. A questo punto Berlusconi riprende il telefono da Confalonieri e dice:
- Io penso che sia lui, sai, un chilo di polvere nera è proprio il minimo, come uno che manda una raccomandata, caro dottore, e adesso mi ha messo una bomba –
- E perché lui non sa scrivere – afferma Dell’Utri.
- Stamattina gliel'ho detto anche ai carabinieri –
- Che gli hai detto? –
- Oddio, se mi telefonava io trenta milioni glieli davo –
- Come trenta milioni, come glieli dava, lei non glieli deve dare –
- Ma no su, per trenta milioni –
- Madonna! –
Il giorno dopo Berlusconi richiama Dell’Utri e dice che gli dispiacerebbe se arrestassero Mangano per una cosa così:
- Adesso mi dispiace se i carabinieri da questa cosa, sì, da un segnale acustico gli fanno una limitazione della libertà personale –
Già, un segnale acustico! A questo punto partono le indagini serie, non quelle dei carabinieri così male informati da pensare in un primo momento addirittura che Mangano sia libero mentre è in carcere a scontare la sua condanna, ma quelle di Marcello Dell’Utri che telefona a Tanino Cinà, lo stesso della mostra dei vichinghi a Londra, lo fa venire a Milano e lo interroga. Ci sono anche le intercettazioni della telefonata di quando arriva all’aeroporto e telefona a casa Dell’Utri. Risponde il figlio, Cinà sente questa voce di bambino che gli chiede:
- Chi sei? –
- Dai non mi riconosci – risponde lui
- Tanino! - grida contento il figlioletto.
Quindi è proprio un amico di famiglia, alla sola voce il figlio di Dell’Utri si illumina. Ma anche Berlusconi dimostra di conoscere bene Cinà, tant’è che quando Dell’Utri lo chiama gli dice:
- Allora, stamattina ho visto Tanino che è qui a Milano –
Berlusconi non gli chiede chi sia questo Tanino, ma ansioso esclama:
- Ah!, e che dice? –
- Eh!, dice che è da escludere quella ipotesi perché Mangano è ancora dentro –
- Ah, non è fuori! –
- No, Tanino dice che è proprio da escludere, ma proprio categoricamente, poi ti parlerò di persona, comunque guarda, veramente da stare tranquillissimi –
Dell’Utri, quindi, sa immediatamente come sono andate le cose. I mafiosi di Catania pentiti diranno che quello era un attentato di Ritto Santapaola che non voleva soldi ma bensì agganciare Craxi tramite Berlusconi, in quanto la mafia si apprestava ad abbandonare la Democrazia Cristiana per votare socialista. L’anno seguente, il 1987, la mafia vota Partito Socialista per dare un segnale forte alla DC, soprattutto quella di Andreotti che si stava allontanando.
Fine

Epilogo
Queste vicende, purtroppo, non finiscono con il 1987, altre, tante ne seguiranno degne di essere raccontate, non solo per la tragica ilarità che potrebbero anche suscitare, ma per non fermare la storia in un punto morto qualsiasi, tanto da far sorgere il dubbio che magari da quel momento in poi tutto abbia incominciato ad andare, finalmente, per il verso giusto.
I fatti qui riportati sono importanti non tanto per la loro gravità, a nostre spese abbiamo constatato quanto gli anni in cui questi comportamenti mafiosi avallati dalla legalità dell’investitura popolare, siano stati più disastrosi per la collettività. Quindi, sono fondamentali perché sanciscono il passaggio, lo spartiacque fra una concezione di legalità che si vuole archiviare, perché non più strumentale a una certa classe dirigente, quella dei capitalisti politicanti, e una concezione di legalità che si vuole affermare, là dove i falsi in bilancio non sono più reato, i conflitti d’interesse sono spacciati per tecnicismo, i condoni sono finanziaria, la ricusazione dei magistrati è prassi, lo stravolgimento delle regole delle convivenza democratica del popolo italiano è programmatica (ultima il disfacimento della Costituzione), la scelleratezza di rinnegare l’evidenza documentata è abitudine, eccetera, eccetera, eccetera. Sono fondamentali perché da quella “scesa in campo” niente è più stato come prima. C’è in giro una tale sfiducia, un pregnante disgregamento che il concetto di rispetto delle regole sembra ormai declinare quello di stupidità. Sì, da Berlusconi in politica in poi, tutti più furbi, più disinvolti, più liberi di portare un mano ai coglioni e con l’altra mandare a fare in culo il prossimo, o dargli del cornuto se si preferisce.
Sorge solo il dubbio che sposando quella disinvoltura, quell’istrionismo capace di essere Presidente del Consiglio e Apicella contemporaneamente, non si corra il rischio di diventare dei volgari imbecilli non più in grado di sapere qual è il confine del buon gusto.
Settembre 2005























 

 

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