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Ciclicità


Il Grigio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, interpretato da Fausto Russo Alesi, regia Serena Sinigaglia

di Massimiliano Forgione - 16/01/2008

«Grigio…….Grigio……..Grigio», quest’urlo all’inizio disperato, poi sempre più taciuto, è un momento topico del monologo scritto da Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Siamo a mezz’ora dalla conclusione di questo atto unico e la lunga battaglia intrapresa dal protagonista nel tentativo di uccidere il topo volge al termine. L’uomo si riveste e tutto il linguaggio del corpo d’ora in poi accompagnerà la poetica del discorso che racconterà di una sconfitta, che gli darà la forza di uscire dalla sua casa e di andare ancora in mezzo agli uomini.
“Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti a voi?”, mentre lo dice al proscenio pende una giacca, grigia, la stessa che indosserà prima di scendere le scale e mischiarsi al pubblico. Ma cos’è il Grigio? E’ il colore di quella giacca, la sua, delle sue spalle, delle spalle di tutti. “Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione di sgomento. C’è tutta la banalità umana.” E lui, il protagonista se ne sente e ne vuole far parte. Grigio è il colore, il nome del topo che scava incessantemente, inesorabilmente, dentro di lui. Allora Grigio è la coscienza, è quella voce che mangia di dentro, che non vuol star zitta e che disperatamente l’uomo cerca di abbattere. Tra i momenti più esagitati del monologo vi è la scoperta in lontananza della presenza di un oggetto della modernità, la televisione della vicina casa del colonnello che filtra la sua fluorescenza dalla finestra. Anch’essa inesorabile, presente come Lui, il topo, responsabile del distacco tra l’io e gli altri.
Tutti i tentativi di abbattere Lui falliscono: le trappole con il formaggio, gli oggetti scagliati contro, la colla, persino la copia posticcia messa a far credere che sia lui, quando al topo viene attribuita quell’intelligenza diabolica che tanto coincide con la perfidia della vocina interiore.
Niente, il topo non muore, impossibile catturarlo, si muove tra le intercapedini della casa che sono le stesse del suo corpo. Un verme, un cancro, che pian piano logora e sfinisce.
Già, Grigio è il torpido dell’uomo, dell’umanità. E’ la coscienza individuale mancante o alterata che mai si incontrerà con la coscienza collettiva, perché anch’essa assente.
Giorgio Gaber ha sempre giocato con questo binomio, con quelle due facce della stessa medaglia destinate a non guardarsi mai. “Sì, lo insultavo, lo insultavo con la stessa violenza di prima, anche di più. Ma dentro di me….dentro di me c’era qualcosa di cambiato, di profondamente cambiato. Certo, era come se avvertissi il piacere che Lui ci fosse ancora. No, non il piacere……il bisogno, il bisogno di qualcuno o qualcosa che non faccia addormentare i tuoi dubbi, che non ti faccia riposare sulle tue presunte comode poltrone. Un nemico tanto eterno e invincibile quanto necessario. Che strano. Improvvisamente avevo capito che affrontarlo e conviverci era come convivere con la vita, con me stesso, con gli altri.” E’ qui che Fausto Russo Alesi cammina verso il pubblico. Sono i suoi simili che cerca dopo aver accettato la presenza del suo Grigio, un incontro ideale tra coscienza individuale e coscienza collettiva. Così l’anatema pronunciato prima: “Bisognerebbe essere capaci di tirar fuori l’intolleranza e il disprezzo che dovrebbe avere un Dio che guarda”, cambia e va a chiudere l’opera: “Si, quell’uomo è tutto. Bisognerebbe essere capaci di trovare la consapevolezza e l’amore che dovrebbe avere un Dio che guarda”. La metafora del Grigio che deve assolutamente anelare alla limpidezza, uno sforzo, uno slancio necessario per non morire, per poter assomigliare a un Dio.























 

 

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